L’amore folle di una musa rimasta nell’ombra

Gli Artivisti sono felici di inaugurare la sezione di GossipArt con la doppia intervista a Camille Claudel, scultrice francese di grande talento e al suo maestro Auguste Rodin. I protagonisti di una turbolenta storia d’amore si raccontano e rivelano il loro legame dentro e fuori dall’atelier.

Camille Claudel

La vedo molto agitata. Molto affaticata e dimagrita. Come si sente?

“Stanca nella testa e nel cuore. Ho cercato per tutta l’esistenza, il riconoscimento e l’amore dagli uomini. Ho perso tutto ma non il mio talento”.

Ne ha subiti tanti di giudizi nella sua vita?

“Lei sa come si lavora una scultura? Non è un’arte da donna mi sono sentita ripetere sempre, troppo sporca per abiti femminili e faticosa per un essere gracile e fragile. Alla metà dell’Ottocento, era già difficile essere una scultrice figuriamoci se si poteva scegliere di vestirsi come gli uomini, per quello serviva un permesso da chi deteneva il potere, la Polizia.”

Lei è bella, intelligente e soprattutto brava. Perché la storia con Rodin è così drammatica?

“Lo sono stata, ma la bellezza per me serviva solo per ottenere riconoscimento nel mio lavoro. Ricordo ancora le parole del mio Rodin “un genio come voi è raro”. Non fatevi ingannare perché non era per nulla un santo. Ho sputato il sangue dentro il suo laboratorio a fare la sguattera, sempre a disposizione del suo talento. Me ne stavo lì, al “mio posto” mentre lui mi rubava la vita, le idee e le opere”.

I rumors dicono che la scultura La Valse tra il 1889 e il 1905, è dedicato a lui?

“(ride) Se è per questo mi hanno attribuito anche una relazione con il compositore Claude-Achille Debussy. Sa, desideravo tanto creare una grande opera in marmo. Si è gridato allo scandalo per due nudi! Inaccettabile per una donna rappresentare l’amore in una danza di sesso e piena di passione”.

E dopo la sensualità arriva la rottura con il maestro, L’età matura è l’opera con cui gli dice addio?

“Quando sono rimasta da sola, ho cercato di esprimere il sentimento dell’abbandono attraverso una donna nuda che supplica il suo uomo che va via con un’altra. Rodin voleva avvelenarmi, mi voleva controllare. Lo amo e lo odio”.

Auguste Rodin

La rende nervoso il fatto che abbia intervistato anche Camille?

“Io sono inquieto di natura, la mia anima è dannata. Camille è la mia musa, modella…è il mio tutto”.

Com’è nata la vostra storia d’amore?

“Ero all’Accademia Colarossi di Parigi per sostituire l’amico Alfred Boucher. Quando all’improvviso la vidi, Camille era bellissima e mi fissò con occhi vivaci. Fu allora che pensai: le mostrerò l’oro, ma l’oro che troverà sarà tutto suo”.

Un vero colpo di fulmine e ne sembra ancora profondamente innamorato.

“Lei era indomita e coraggiosa ma anche molto morbosa. Una guerriera fragile. Una carnalità impetuosa che si univa alla mia a combaciare perfettamente. Due destini che si incontrano e che decidono di lasciarsi vivere l’uno nell’altro. Ne “Il Bacio” (1882), i due protagonisti si accorgono all’improvviso di amarsi da sempre: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”.

Qual è l’opera che suggella di più il vostro sodalizio lavorativo e privato?

“La porta dell’Inferno per il museo delle Arti decorative di Parigi è stata la mia dannazione. Rappresenta i miei impulsi creativi insieme all’irrequietezza di Camille. I dannati erano per me esseri da compatire perché in fondo, in tutti loro c’ero io che non riuscivo mai ad apporre la parola “FINE”.

Qual è il suo più grande rammarico?

“Non sono stato in grado di amarla totalmente e intensamente come lei meritava. Mi ha chiesto di sposarla, non mi perdonerò mai di aver rifiutato. Abbi pietà, crudele”.

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